Lettera aperta al compagno Stachanov

Compagno Stachanov, ascoltami! Certamente tu hai raggiunto risultati ammirabili col tuo lavoro e ora che non sei più giovane, l’onorificenza di Eroe del socialismo, qui, nessuno la vuole sminuire… Però tu sai bene che la produttività si può accrescere con la tecnica e con l’organizzazione, così come si può accrescere, spremendo ogni briciolo di energia vitale dei nostri compagni lavoratori.

Compagno Stachanov, tu sai benissimo che i compagni Marx ed Engels chiudevano Il Manifesto del Partito Comunista, invocando quella Rivoluzione che noi, poi, abbiamo realizzato, perché «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene», mentre «hanno un mondo da guadagnare».

Compagno Stachanov, ricorderai anche che entrambi, nell’Ideologia Tedesca, erano profondamente critici con la divisione del lavoro capitalista e con l’estraneazione che ne conseguiva.

E dove è finita, allora, quella «società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere»?

Dov’è quel complesso sociale «che regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico»?

Compagno Stachanov, nel tuo nome, usando un termine che è stato coniato a partire proprio dal tuo nome, ormai da troppo tempo si richiede ai compagni lavoratori di sostenere la produttività socialista letteralmente consumandosi nel proprio lavoro.

E anche in questo caso non era proprio il compagno Marx che nei Manoscritti economico-filosfici del 1844 ci insegnava che «quanto più l’operaio si consuma nel lavoro, tanto più potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto più povero diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interno gli appartiene»?

La tecnica, il progresso e le macchine al servizio dell’uomo liberato dalle servitù capitaliste: non doveva essere questo il socialismo?

Come abbiamo potuto permettere che i compagni lavoratori, nella sostanza, si ritrovassero al servizio di uno Stato che li tratta esattamente come li trattava il vecchio padrone della fabbrica capitalista?

Compagno Stachanov, abbiamo sbagliato tutto.

Non ci può essere socialismo senza liberazione dalla schiavitù di un lavoro che ti consuma.

Un giorno dovremo ricominciare tutto da capo e organizzare la nostra società in maniera radicalmente opposta a quella del capitale privato: la produttività massimizzata con la tecnica; le macchine al servizio dell’umanità liberata; un diverso rapporto tra il tempo di vita e il tempo di lavoro.

Una piccola parte del tempo di ciascuna persona al servizio delle attività produttive e sociali e il resto del tempo per il libero sviluppo della persona e degli affetti.

Quanta distanza tra questo progetto di società e l’amara realtà della nostra Rivoluzione.

Compagno Stachanov, abbiamo sbagliato tutto.

Ma nulla ci impedisce di evitare di ripetere all’infinito questi errori.

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