Volevo essere Elena Ferrante

No. Non è vero. Ok, ok. Confesso: ho fatto il titolo esca. Perdonatemi. È stato più forte di me. Ma non ve ne andate. Capitemi… Avrei dovuto scrivere “Volevo essere Richard Bachman”, ma così non funzionava… Non credo siano tantissimi quelli che sanno che Bachman è un alter ego di Stephen King.

Che, poi, alla fine, la verità è questa: il titolo più preciso sarebbe stato “Volevo essere Stephen King”. Perché io ho letto di tutto, i grandi classici, quelli antichi, quelli moderni… Ma non c’è nessuno che mi ha mai fatto appassionare come King. Non tutti i suoi libri, certo! Ma nella maggior parte dei casi io mi sentivo rapito. E non vedevo l’ora di sapere cosa sarebbe successo nelle pagine successive.

Ma “Volevo essere pure Lovecraft”, in verità. Perché quel senso di inquietudine che mi restava addosso nelle estati passate sui suoi racconti, me lo ricordo ancora a distanza di anni e anni.

Quindi ho deciso di provare a scrivere questa storia che probabilmente non finirò mai, ispirandomi in maniera palese e spudorata ai miei due miti giovanili.

Ben sapendo che non riuscirò mai ad eguagliarne la maestria (anche se una persona che stimo molto mi ha detto che scrivere horror non è facile e che, secondo lei, io ci starei riuscendo abbastanza bene).

Qualcuno di voi pure ha già dato un’occhiata alle prime tre puntate (qui e qui le altre due).

Ecco. Con questo post mi piacerebbe raccogliere anche qualche altra opinione e le critiche costruttive che saranno senz’altro ben accette.

Potreste scrivere un post con una piccola recensione, se vi va o, più semplicemente, commentare nei social.

Come preferite, cari i miei due affezionatissimi lettori.

p.s. Le altre puntate, prima o poi, le scriverò. Non so se riuscirò a finirlo, insomma, ma credo che comunque andrò avanti ancora per qualche tempo. Con i miei tempi, chiaramente.

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Photo credit: http://www.temperamente.it + http://www.salon.com

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L’orrore antico – #3

«Vidi salire dal mare una bestia
che aveva dieci corna e sette teste,
sulle corna dieci diademi
e su ciascuna testa
un titolo blasfemo».
(Apocalisse 13, 1)

 

Erano in mare da quasi due giorni ormai. L’imbarcazione era andata alla deriva dopo nemmeno tre ore dall’abbandono delle coste libiche. C’era un solo motore, già malandato, e il sovraccarico di passeggeri sulla barca lo aveva rapidamente messo fuori uso. Acqua e viveri, per quanto razionati, erano in fase di esaurimento e non si vedeva all’orizzonte né un lembo di terra, né una qualunque nave di salvataggio. La cosa più singolare era proprio questa. Quando finalmente ti imbarchi hai mille incognite e altrettante incertezze, ma su un punto tutti i racconti e le voci erano convergenti: la barca non sarebbe mai approdata sull’altra sponda, perché sarebbe stata intercettata in mare. Saranno, poi, i soccorritori a scortare i sopravvissuti della traversata a Malta o a Lampedusa. Questo se tutto fosse filato liscio, ovviamente.

Ahmed aveva sentito mille storie diverse durante i mesi di attesa in Libia. Le difficoltà del viaggio erano note a tutti, ma per tutti quel breve tratto di mare rappresentava una scommessa che poteva finalmente cambiare in meglio, e non di poco, ciascuna delle proprie vite. Anche tra i 500 che si erano ammassati su quel natante così fatiscente da essere lì lì per affondare a ogni minima oscillazione, c’erano soprattutto profughi delle varie guerre che infiammavano il continente africano e ampi tratti della zona medio-orientale. Ognuno di loro aveva rischiato di perdere la vita già decine e decine di volte nel corso degli ultimi anni. Ognuno di loro aveva scelto di correre una serie di rischi mortali col miraggio di una vita più sicura in un posto più pacifico. Ognuno di loro aveva anche sentito i racconti di quelli che erano stati rimandati indietro dalla vecchia Europa. Ma nessuno di loro avrebbe mai rinunciato spontaneamente ad andare fino in fondo.

L’organizzazione criminale che aveva messo in mare questa massa eterogenea di uomini, donne e bambini, provenienti da almeno dieci regioni geografiche differenti, dopo aver raccolto i soldi che ciascuno di loro aveva dovuto pagare per potersi imbarcare, si era limitata a trainare il natante per poche miglia ad una velocità abbastanza sostenuta. Per una decina di minuti dalla partenza, da un molo situato nei pressi di Zuara, due lance, dotate di motori decisamente più efficienti e potenti di quello della vecchia chiatta, avevano garantito un rapido allontanamento dalla costa, per poi abbandonarli e affidarli al lavoro di quel solo motore aggiunto ad hoc, per garantire un minimo di tenuta della rotta verso Nord/Nord-Est, in direzione di Lampedusa, in attesa di essere intercettati dalle navi europee di pattuglia nel Mediterraneo.

Dopo circa un giorno e mezzo di deriva e con i morsi della sete e dalla fame ad eccitare gli animi e ottenebrare la ragione, Ahmed stava provando a convincere quelli che volevano accendere un fuoco nella zona di prua, per richiamare l’attenzione di qualche nave nel raggio del possibile falò, di quanto fosse rischioso e potenzialmente suicida un progetto del genere.

«Siamo in troppi su questa catapecchia galleggiante. Già sarà un’impresa spostarci per dare spazio al fuoco senza che nessuno si faccia male. Ma se non riusciamo a controllare le fiamme e a spegnerle per tempo, ci sarà il panico e rischieremo di affondare».

«Ahmed tu sei sempre stato troppo prudente», replicò Geriel, che era partito con lui dall’Etiopia e col quale aveva diviso molto negli ultimi tempi, ma senza che corresse mai realmente del buon sangue tra loro. «Dobbiamo agire subito, prima che il tramonto renda meno visibile la colonna di fumo in lontananza. Un’altra notte alla deriva non la reggeremo».

«Qualcuno ci incrocerà e ci salverà, anche senza fare azioni suicide. È vero che i telefoni che abbiamo a bordo sono quasi tutti scarichi e che nessuno di questi riesce a trovare canali a cui agganciarsi da troppo tempo, ma questa cosa del falò di prua è da pazzi, Geriel! Diglielo anche tu, Kebede… Ci ammazzeremo, così».

«Geriel, forse, Ahmed ha ragione…», ma Kebede non poté nemmeno finire la frase, perché il massiccio e risoluto etiope, con un’agilità che ben pochi avrebbero sospettato, data la sua stazza, sollevò Ahmed come fosse un fuscello e lo scaraventò in mare, dal lato di poppa. La chiatta oscillò per un paio di minuti ma nessun altro si mosse e, per fortuna, il natante sovraffollato ritrovò la condizione di equilibrio invece di capovolgersi.

«Il prossimo che fiata, fa la stessa fine», sentenziò. «Ora, però, lasciate che io e Kebede si possa accendere questo fuoco di segnalazione, prima che sia troppo tardi», aggiunse, facendosi largo tra la folla. «E tu, se hai così tanta paura, puoi anche restare in acqua mentre noi risolviamo questa cosa», disse rivolgendosi ad Ahmed, dopo avergli lanciato una tavoletta di legno per permettergli di tenersi più agevolmente a galla.

Il barcone procedeva molto lentamente. Per Ahmed, forse, osservare tutto, rimanendo in acqua, sarebbe stato meglio, a questo punto. Per come si erano messe le cose, c’era solo da pregare e sperare che, contro ogni logica previsione, nulla andasse storto nel pericoloso piano elaborato da Geriel. Questi aveva intenzione di incendiare due vecchi copertoni che qualcuno aveva portato a bordo come salvagenti di fortuna. L’innesco era una torcia imbevuta di benzina. Ce n’era in abbondanza, ora che il motore era inservibile. Kebede era fermo alla sua destra, reggendo uno dei secchi usati per i bisogni, ricolmo d’acqua di mare. Chiaramente, avrebbe dovuto utilizzarlo per spegnere il falò prima che le fiamme potessero propagarsi. Quel tipo di fuoco, per quanto tossico, avrebbe dovuto produrre una colonna di fumo visibile anche in lontananza e facilitare, così, un possibile intervento di salvataggio. I tempi erano stretti, però. Il sole stava quasi per tramontare ed erano tutti convinti che, col sopraggiungere della notte, anche questo tentativo rischiava di diventare inutile, non potendo tenere le fiamme accese molto a lungo. Geriel riuscì a posizionare i due pneumatici in maniera tale da avere un innesco rapido, senza che le fiamme toccassero subito il resto della struttura del natante. La colonna di fumo si innalzò velocemente e, nella bonaccia, rimase ben visibile. Anche per qualche minuto dopo che Kebede aveva prontamente spento tutto. Nulla di quello che Ahmed temeva era accaduto, insomma. Un miracolo, pensò lui, che si era tenuto a debita distanza, nel frattempo. Le inutili preoccupazioni di un vigliacco avrebbero pensato diversi altri.

«Allora? Ahmed, che dici?», urlò da prua Geriel. «Siamo ancora vivi e forse qualcuno avrà visto il nostro segnale, ora. Dovrei lasciarti marcire in acqua, ma non voglio averti sulla coscienza», aggiunse, ridendo. Erano quasi tutti di buon umore, adesso. Non si sa quanto per lo scampato pericolo e quanto per la rinnovata speranza, ma l’azzardo di Geriel, alla fine, era stato decisamente positivo. Questo bisognava riconoscerglielo. Ahmed pensò che il modo migliore, per farlo, fosse tacere e risalire a bordo e, così, iniziò a nuotare in direzione della chiatta che continuava a spostarsi, in maniera quasi impercettibile, nel mare piatto di quella tarda serata di fine estate.

D’un tratto, però, le acque cominciarono ad agitarsi. Senza alcuna ragione apparente. La chiatta ondeggiava con oscillazioni ben più ampie di quelle successive al tuffo non voluto di Ahmed e ciò che lui temeva potesse succedere a causa del fuoco, accade in pochi secondi per mezzo delle acque. Il panico si diffuse in maniera incontrollabile quando una forte oscillazione fece cadere in acqua una quindicina di persone posizionate a dritta. Scattarono in piedi quasi tutti. All’istante. E questo improvviso movimento di massa accelerò ulteriormente le oscillazioni del natante. In meno di un minuto metà dei passeggeri della chiatta erano finiti in mare. Ahmed, nel frattempo si era rapidamente allontanato, appoggiandosi alla tavoletta e nuotando con foga in direzione opposta. Non era per nulla certo di quello che aveva intravisto, a una cinquantina di metri dalla prua, mentre ancora si stava avvicinando al barcone, ma non si girò indietro a guardare e a controllare per buoni cinque minuti. Quando, stremato, si fermò in una zona in cui le acque sembravano più calme, riusciva a malapena a vedere i resti del relitto. Ciò che vedeva più nitidamente era il carburante residuo che aveva preso fuoco. Quello che gli sembrava di sentire era un misto di urla di dolore e di versi ancestrali. Un coro cacofonico che gli fece letteralmente perdere il controllo degli sfinteri. Dietro alla colonna fiammeggiante si intravedevano sette tentacoli, con al vertice di ognuno una sorta di corona di aculei.

Ahmed non riusciva a capacitarsi. Un calamaro gigante? Il Leviatano? Un’allucinazione? Stava forse perdendo il lume della ragione in una situazione così disperata? Raccolse le forze e riprese a nuotare. Lo spirito di sopravvivenza fu più forte di tutto. Continuò a nuotare, restando nelle acque calme, cercando di razionalizzare e di considerare il mare piatto come un rassicurante indizio, visto quello che era successo poco prima che la piovra o quello che era facesse la sua improvvisa comparsa. La tavoletta non era grande a sufficienza per essere usata come una zattera ma reggeva comunque bene il suo peso e lui vi si appoggiò e si abbandonò, per qualche attimo, cedendo infine al sonno da spossatezza. Al risveglio, si ritrovò asciutto e in un’asettica sala ospedaliera. Sulla terra ferma, verosimilmente.

«Dove sono? Ho fatto un sogno assurdo… Dove sono tutti gli altri? Avete visto il fumo, vero? Siete riusciti a soccorrere tutti?», disse Ahmed, nel suo italiano migliore, avendo notato il tricolore verde, bianco e rosso alla parete, dietro la donna in camice bianco che lo stava esaminando.

«Quindi conosce già l’italiano? Bene. Molto bene. Ahmed Saalim, giusto? Lei è a Lampedusa. Unico sopravvissuto del naufragio. Ennesima tragedia del mediterraneo, lungo le rotte delle migrazioni di massa. Mi spiace molto», rispose la dottoressa. «È stato molto fortunato. L’incendio del carburante e del relitto ha attirato i soccorsi in tempi molto brevi. Praticamente lei non ha alcuno scompenso fisico. Lo stato di choc non le ha procurato deficit di tipo cognitivo… Anzi le rinnovo i complimenti per il suo italiano».

«L’ho imparato da mia nonna. Avrebbe compiuto cent’anni proprio quest’anno, se non fosse stata travolta dagli ultimi tumulti giù in Etiopia. Una bomba al mercato. Andava ancora al mercato. Era straordinariamente vitale…», Ahmed lasciò la frase in sospeso. Guardandosi meglio attorno si era reso conto che la porta di ingresso era blindata e che c’erano delle sbarre alla finestra.

«Visto che sta bene, io posso anche lasciarla, a questo punto. C’è una persona che è molto ansiosa di interrogarla, in verità», disse la dottoressa, incamminandosi verso l’uscita.

«Interrogarmi? Ma sono in arresto? Cosa sta succedendo, qui? Mi faccia capire…», replicò Ahmed, visibilmente preoccupato.

«Non si agiti, mr. Saalim. C’è una persona che ha delle domande da rivolgerle. È un avvocato. Lavora per la multinazionale che finanzia le missioni di ricerca oceanografica della nave che l’ha riportata qui a terra, scortata da una pattuglia della missione Triton», tentò di rassicurarlo la dottoressa, ormai sulla soglia. «Si chiama Michael Leverage. È una persona molto affascinante e cortese. Mi diceva anche lui in un buon italiano, nonostante il marcato accento britannico che ha appena finito una breve vacanza nella penisola e che, quindi, non ci sarà nemmeno bisogno dell’interprete, per capirvi. Si rilassi. Non lo faremo entrare comunque prima di un’oretta, per questioni di protocollo. Provi a riposare un altro poco, se ci riesce», aggiunse, infine, con un sorriso che non gli sembrò per niente rassicurante, prima di chiudere la porta dietro di sé.

Ahmed, ovviamente, ricordava benissimo tutto quello che era successo in mare prima di cadere addormentato. L’ipotesi del sogno era più un appiglio razionale che una profonda certezza, insomma. E poi cos’era questa sorta di infermeria che sembrava una cella? E, soprattutto, cosa mai poteva volere da lui un avvocato britannico di una qualche multinazionale? Anche volendo seguire il consiglio della dottoressa, era così teso che non sarebbe riuscito a chiudere occhio nemmeno per pochi minuti. Rimase seduto a fissare la porta blindata per circa un’ora. In silenzio. Circondato dal silenzio. Troppo silenzio. La porta si aprì, difatti, senza che Ahmed riuscisse nemmeno a percepire il rumore dei passi all’esterno, prima dello scatto della serratura.

«Lei dev’essere l’avvocato Leverage, suppongo», esordì senza troppi convenevoli. «Mi fa capire cosa vuole da me? Io sono solo un profugo che è scampato miracolosamente a un naufragio… Davvero, non capisco».

Michael richiuse la porta e si diresse subito alla finestra vicino al letto. Tirò le tende, molto scure, e la stanza rimase così illuminata solo dal lume che era posizionato sulla scrivania che si trovava alla sinistra di Ahmed. Nella penombra si intravedeva uno strano sorriso sul volto dell’avvocato. Si sedette di fronte al letto del naufrago e lo fissò in silenzio per alcuni interminabili secondi. Poi, finalmente aprì bocca. Non per pronunziare parole, però. In una frazione di secondo, il tentacolo che venne fuori dalla labbra spalancate di Michael strinse Ahmed alla gola, paralizzandolo e facendogli perdere conoscenza. Rimasero così. In silenzio. In quel viscido abbraccio sui generis. Per un tempo apparentemente lunghissimo.

Lettera aperta al compagno Stachanov

Compagno Stachanov, ascoltami! Certamente tu hai raggiunto risultati ammirabili col tuo lavoro e ora che non sei più giovane, l’onorificenza di Eroe del socialismo, qui, nessuno la vuole sminuire… Però tu sai bene che la produttività si può accrescere con la tecnica e con l’organizzazione, così come si può accrescere, spremendo ogni briciolo di energia vitale dei nostri compagni lavoratori.

Compagno Stachanov, tu sai benissimo che i compagni Marx ed Engels chiudevano Il Manifesto del Partito Comunista, invocando quella Rivoluzione che noi, poi, abbiamo realizzato, perché «i proletari non hanno da perdervi che le loro catene», mentre «hanno un mondo da guadagnare».

Compagno Stachanov, ricorderai anche che entrambi, nell’Ideologia Tedesca, erano profondamente critici con la divisione del lavoro capitalista e con l’estraneazione che ne conseguiva.

E dove è finita, allora, quella «società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere»?

Dov’è quel complesso sociale «che regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico»?

Compagno Stachanov, nel tuo nome, usando un termine che è stato coniato a partire proprio dal tuo nome, ormai da troppo tempo si richiede ai compagni lavoratori di sostenere la produttività socialista letteralmente consumandosi nel proprio lavoro.

E anche in questo caso non era proprio il compagno Marx che nei Manoscritti economico-filosfici del 1844 ci insegnava che «quanto più l’operaio si consuma nel lavoro, tanto più potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinanzi, tanto più povero diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interno gli appartiene»?

La tecnica, il progresso e le macchine al servizio dell’uomo liberato dalle servitù capitaliste: non doveva essere questo il socialismo?

Come abbiamo potuto permettere che i compagni lavoratori, nella sostanza, si ritrovassero al servizio di uno Stato che li tratta esattamente come li trattava il vecchio padrone della fabbrica capitalista?

Compagno Stachanov, abbiamo sbagliato tutto.

Non ci può essere socialismo senza liberazione dalla schiavitù di un lavoro che ti consuma.

Un giorno dovremo ricominciare tutto da capo e organizzare la nostra società in maniera radicalmente opposta a quella del capitale privato: la produttività massimizzata con la tecnica; le macchine al servizio dell’umanità liberata; un diverso rapporto tra il tempo di vita e il tempo di lavoro.

Una piccola parte del tempo di ciascuna persona al servizio delle attività produttive e sociali e il resto del tempo per il libero sviluppo della persona e degli affetti.

Quanta distanza tra questo progetto di società e l’amara realtà della nostra Rivoluzione.

Compagno Stachanov, abbiamo sbagliato tutto.

Ma nulla ci impedisce di evitare di ripetere all’infinito questi errori.

L’orrore antico – #2

«Ciò che la gente credeva di aver visto, erano delle forme organiche diverse da quelle finora conosciute. Naturalmente numerosi corpi umani furono trascinati dalle acque in quel tragico periodo; ma chi descrisse gli esseri misteriosi pareva convinto che non si trattasse di uomini, malgrado certe rassomiglianze superficiali di dimensioni e di contorni».
(H. P. Lovecraft, Colui che sussurrava nelle tenebre)

 

Erano anni che voleva provare a scrivere un romanzo horror. Non certo per il mercato o per una qualche ambizione di successo. Solo per il gusto di farlo e per la sfida personale. Per mettersi alla prova, insomma. La trama, lo spessore dei personaggi, la coerenza del racconto… Ci sarebbe riuscita? Ce l’avrebbe fatta a tenere assieme tutto, scrivendo anche qualcosa di bello e interessante?

Quando Karen ne aveva parlato, recentemente, con suo fratello Michael, lui, ovviamente, aveva subito fatto l’elenco dei vari contro. Tutto scontato e già ampiamente considerato: le perplessità sulla vendibilità del prodotto; la necessità di concentrarsi su un lavoro che le potesse dare maggiori garanzie sul piano remunerativo; l’età che avanza e le decisioni importanti da prendere. Tutte cose di cui i gemelli Leverage avevano già discusso infinite volte in termini generali, col fratello perfettamente inserito nelle dinamiche competitive del nostro tempo che assume un atteggiamento paternalistico nei confronti della sorellina che, a suo dire, non riesce ancora a fare i conti coi traumi del passato e ad uscire definitivamente dall’adolescenza, per accettare gli impegni, i sacrifici e le responsabilità dell’età adulta.

Stronzate! E psicanalisi d’accatto, soprattutto. Karen gli aveva anche dato qualche breve cenno sull’idea di fondo del suo progetto narrativo. La passione per Lovecraft e la convinzione di potergli rendere omaggio con un romanzo che riprendesse le sue tematiche di fondo. Aveva anche svolto qualche ricerca sul rapporto tra realtà e mito. Perché si sa che alla base di ogni storia, mito o leggenda, c’è sempre qualcosa di concreto e reale. L’orrore degli abissi marini, le profondità più recondite e inesplorate di questo nostro pianeta, l’esperienza umana che, in fondo, rappresenta solo un tratto minimale rispetto alla vita effettiva della biosfera e un nulla a confronto con quella dell’intero universo.

Il riferimento al mare aveva riaperto la ferita e Michael l’aveva subito accusata di non aver ancora elaborato il lutto per la perdita dei loro genitori a distanza di tanti anni. Di nuovo le solite paternali e le più scontate e banali analisi su quello che le starebbe dicendo il suo inconscio. Il mare che ti porta via gli affetti e che, per questo, ti fa paura. La fuga e il ripiegamento nel mito per non voler accettare di fare i conti con la realtà. A volte sembrava davvero che parlassero due lingue diverse e che non riuscissero mai a capirsi fino in fondo. E la cosa che Karen faceva sempre fatica a digerire era l’assoluta mancanza di rispetto che suo fratello sembrava mostrare per le sue scelte di vita e per la sua capacità di cavarsela, nonostante tutto.

Certo sarebbe stato molto più difficile, senza la sua parte di eredità. Ma, visto che gli eventi della sua vita avevano preso questa piega, per lei, far fronte alle difficoltà lavorative con un’oculata gestione del patrimonio familiare, era il giusto equilibrio tra ciò che desiderava e quello che poteva realmente fare in un mondo dominato dalle leggi di mercato, stante il suo fastidio insopprimibile verso il mercanteggiare e il sapersi vendere.

Gli disse, così, che ormai la decisione era stata presa e che, per qualche tempo, avrebbe mollato le varie collaborazioni giornalistiche occasionali, per dedicarsi solo alla scrittura creativa. Del resto, non sarebbe di certo morta di fame. Non nel breve periodo, se non altro. E, rammentandogli, come in tutta la sua vita lei non avesse mai contratto debiti con nessuno, lo mise subito a tacere, evitandosi la paternale sulla sua presunta irresponsabilità e congedandolo rapidamente, augurandogli buon viaggio e una vacanza rilassante, ‘se ancora ti ricordi come ci si possa rilassare’, pensò, senza però aprire questo nuovo fronte di discussione.

Evitò anche di parlargli del ritorno degli incubi ricorrenti e di quanto questo avesse inciso nella sua scelta. Non riusciva sempre a ricordare tutto esattamente, ma aveva preso l’abitudine di annotare ogni dettaglio del sogno che riusciva a rammentare al risveglio, non appena si fosse svegliata. Anche quando il risveglio avveniva nel cuore della notte. C’era quasi sempre questa atmosfera ovattata, come se si ritrovasse immersa nell’acqua, ma senza acqua attorno a sé. L’oscurità la faceva da padrona. Il senso di angoscia opprimente era lo stato d’animo che ricordava in maniera più nitida. Diverse volte le era capitato, soprattutto ultimamente, di fare esperienze di falso risveglio. Provava ad alzarsi e a fare i soliti gesti quotidiani, compreso l’annotare il sogno appena fatto, ma i movimenti apparivano forzati, stante il blocco muscolare della fase REM. C’erano anche degli indicatori del perdurare onirico, in realtà. E, tuttavia, Karen riusciva a valutarli come tali, solo a mente lucida e quando riaveva piena coscienza di sé. La matita che non verga segni grafici comprensibili sul foglio, l’incapacità di lavarsi il viso, la propria immagine distorta nello specchio e una figura strisciante sullo sfondo che improvvisamente rompe il diaframma riflettente e si rivela nella sua mostruosità, afferrandole la gola con una sorta di viscido tentacolo, subito prima di un affannoso e brusco risveglio.

L’ultimo di questi sogni angosciosi lo aveva fatto proprio oggi. Era trascorsa esattamente una settimana dall’acceso battibecco con Michael e, probabilmente, era stato il desiderio di rivederlo e di provare a rasserenare gli animi, a metterlo al centro della sua scena onirica. Per una volta, infatti, nell’oscurità ovattata, in quell’ambiente opprimente al tempo stesso asciutto e liquido, non c’era lei ma suo fratello gemello. Lei era l’osservatore immobile. E lui appariva spaventato e insicuro come non mai. Si guardava attorno e urlava qualcosa, ma dalla sua bocca non veniva fuori alcun suono. O il suono c’era ed era lei a non poterlo ascoltare… D’un tratto dalla bocca di Michael saltano fuori decine, centinaia di tentacoli filiformi che iniziano a proiettarsi in tutte le direzioni. Sembrano cercare qualcosa o qualcuno. Forse cercano lei, ma non riescono a trovarla o a raggiungerla. Di nuovo si ripresenta l’immagine del diaframma che la separa dall’orrore strisciante, ma questa volta Karen si trova di fronte a una superficie trasparente e non riflettente. A un certo punto alcuni tentacoli sono a un centimetro dal suo viso. Sembra quasi che questi fossero in grado di percepire la sua presenza, ma non riuscissero a spaccare il vetro di separazione, stavolta. Poi il cambio di prospettiva: lei e Michael sono faccia a faccia, ma lui piega istantaneamente la testa all’indietro e i tentacoli che fuoriescono dalla sua bocca, ora sono come il cappello di un fungo sopra di lui. Karen è di nuovo dietro al vetro. I tentacoli si avvitano su se stessi e avvolgono completamente Michael.

Karen sta urlando. Ma ormai è sveglia e lo sta facendo, da sola, nel suo letto. E già mattino inoltrato. E, dopo una settimana di silenzio, c’è finalmente un messaggino di Michael sul suo telefono:

«Rientro annullato. Cambio di programma. Poi ti spiego meglio».

L’orrore antico – #1

«In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno;
brameranno morire, ma la morte li fuggirà».
(Apocalisse 9, 6)

 

Michael era arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Il treno che lo avrebbe dovuto portare in aeroporto viaggiava con quindici minuti di ritardo. Tre quarti d’ora di noia mortale dopo l’ennesima notte insonne. Degna conclusione di una orribile settimana di vacanza.

Quando aveva pensato di trascorrere la prima settimana di agosto in un casolare della collina toscana, aveva immaginato un ben preciso mix di quiete, silenzio, riposo e relax come motivo dominante del suo soggiorno italiano. All’occorrenza si sarebbe potuto concedere anche qualche escursione naturalista o una puntata nelle città d’arte, ma era soprattutto il riposo ciò che anelava.

Inutile dire che la sua breve esperienza italiana era stata, poi, l’esatto contrario di quello che aveva prefigurato.

Il casolare, ristrutturato da poco, era apparentemente confortevole e la zona collinare sembrava silenziosa come da descrizione pubblicitaria. Solo che le notti erano state un incubo ad occhi aperti, fin dal primo istante in cui aveva spento le luci per provare a dormire.

Si sa che il silenzio amplifica ogni minimo rumore, ma quelli che Michael Leverage aveva sentito nelle sei notti precedenti erano letteralmente inquietanti. Il più sinistro e persistente era quello che gli dava costantemente la sensazione che vi fosse qualcosa che stesse strisciando nelle mura. Che vi fosse davvero un qualche rettile finito nelle tubature o nelle intercapedini poteva essere una spiegazione logica, certo! Solo che nel terzo giorno della sua ansiogena vacanza, dopo il suo quinto reclamo di seguito, si era presentato un tecnico, mandato dalla proprietà, che aveva ispezionato le tubature e le pareti, garantendo che era tutto perfettamente in ordine e non c’era nessun ospite animale indesiderato all’interno del casolare. E, in ogni caso, il suono più frequente era simile a quello di qualcosa che striscia, sì! Ma si trattava di un rumore che inquietava proprio per la sua particolare intensità: era come se nelle pareti ci fossero delle enormi lumache in grado di strisciare a una velocità innaturale.

La sera del suo arrivo, in verità, aveva anche trovato qualcosa di viscido sul bordo del water. Qualcosa che gli aveva fatto subito pensare esattamente alla scia delle lumache, ma di lumache fin troppo voluminose, visto che era larga, più o meno, otto dita questa traccia. Razionalmente era chiaro che questo episodio e lo stress di un periodo lavorativo e personale particolarmente complicato, uniti alla carenza di sonno, dovevano avergli giocato qualche brutto tiro, trasformando gli ignoti rumori di un ambiente per lui nuovo in qualcosa di potenzialmente spaventoso e terribile. Probabilmente avevano anche inciso i racconti che Karen gli aveva fatto, poco prima di partire, sul contenuto delle sue ultime ricerche su origini e fondamento dei miti di Lovecraft.

Fatto sta che, oltre a non chiudere occhio per tutta la durata del soggiorno, Michael aveva anche deciso di tenere costantemente abbassato il copriwater e di piazzarci sopra tutti i bagagli per essere sicuro che nulla potesse strisciare fuori da lì. Eccesso di cautela? Paranoia pura? Probabile. Ma era rimasto così impressionato dalla singolare situazione che si era venuta a creare in camera, che aveva deciso di ritornare alle vecchie abitudini imparate da ragazzo al campeggio scout e, quindi, tutti i suoi bisogni li aveva fatti, di volta in volta, in natura, durante le numerose passeggiate a cui si era dedicato pur di non rimanere troppo tempo in quel luogo di riposo che era diventato, invece, un amplificatore di angosce.

La mezzora di anticipo con cui era giunto in stazione era dovuta per lo più al desiderio innegabile di ritornarsene a casa e alla sua routine, abbandonando per sempre quel luogo di profondo disagio personale. Il ritardo del treno gli suggerì di approfittare dei servizi igienici delle ferrovie italiane, non essendoci stato modo di fare escursioni prima di lasciare il casolare, salvo voler uscire, per andare lungo i sentieri della collina, nel cuore della notte.

Michael odiava i bagni pubblici ma si era voluto augurare che a quell’ora di un caldo mattino agostano avrebbe trovato tutto pulito, non essendoci praticamente nessuno in stazione, tranne il personale di servizio. Purtroppo l’odore di detergenti che c’era nella sala d’aspetto, evidentemente lavata da poco, lo aveva tratto in inganno. Il bagno aveva un odore terribile. Sembrava che non lo avessero pulito per delle intere settimane. La tentazione di uscire fu forte, ma il bisogno di orinare era insopprimibile e decise, così, di liberarsi almeno la vescica, prima di tornare ad aspettare il treno.

Quando aprì la porta del bagno ebbe la sensazione che nel water ci fossero degli escrementi enormi in bella vista e, certo che fosse quello il motivo di quell’odore nauseabondo, azionò istantaneamente lo scarico, premendo bocca e naso sulla sua spalla destra, cercando di trovare un po’ di conforto nelle tracce residue del suo deodorante. Una rapida occhiata nella tazza e, nello stesso momento in cui si accorse che quella roba scura era ancora lì e si voltò per uscire dal bagno per vedere se ce ne fosse, magari, un altro più pulito, qualcosa di viscido gli afferrò il polso col quale stava cercando di aprire la porta, strattonandolo con una forza tale da spezzargli subito l’osso del gomito. Un altro tentacolo aveva richiuso immediatamente la porta, mentre una terza appendice era emersa dal water e gli aveva ricoperto istantaneamente l’intero volto, impedendogli così di emettere anche solo una vocale. Il tutto era stato di una rapidità impressionante. E, nel giro di qualche secondo, Michael — o quello che ne restava di lui — si era ritrovato avvolto in una sorta di placenta gelatinosa che in pochi minuti venne riassorbita completamente dalla sua stessa pelle. Alla fine di questo processo, il gomito non era più fratturato e la puzza era svanita o comunque non gli dava più alcun fastidio. Svuotò rapidamente la vescica e ritornò sui suoi passi, uscendo dalla stazione, per incamminarsi lungo le stradine scoscese che permettevano di ritornare in collina, accorciando di molto la strada. Dopo circa tre chilometri di cammino a passo accelerato, giunse nei pressi del ruscello delle rane. Non era molto lontano dal casolare ed era stata nei giorni scorsi una tappa frequente dei suoi momenti di liberazione dal bisogno.

Anche stavolta Michael aveva un bisogno impellente da soddisfare. Si spogliò velocemente, ripose con cura tutti gli indumenti sul ramo di un albero che costeggiava il ruscello e, completamente nudo, si immerse nel ruscello, portandosi nel punto in cui l’acqua era più profonda e rimanendo sott’acqua per un tempo decisamente superiore alla sua capacità di stare in apnea. In quel punto del corso d’acqua c’era una rana bella grossa che si crogiolava al sole, su una roccia emergente. In meno di un secondo la testa di Michael emerse silenziosamente dall’acqua e la rana venne catturata e inghiottita da una sorta di tentacolo che era istantaneamente uscito e rientrato dalla sua bocca. Dopodiché Michael si stese ad asciugare al sole, sulla riva, si rivestì e contattò la compagnia aerea per modificare la destinazione del suo volo.