L’orrore antico – #1

«In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno;
brameranno morire, ma la morte li fuggirà».
(Apocalisse 9, 6)

 

Michael era arrivato in stazione con mezzora di anticipo. Il treno che lo avrebbe dovuto portare in aeroporto viaggiava con quindici minuti di ritardo. Tre quarti d’ora di noia mortale dopo l’ennesima notte insonne. Degna conclusione di una orribile settimana di vacanza.

Quando aveva pensato di trascorrere la prima settimana di agosto in un casolare della collina toscana, aveva immaginato un ben preciso mix di quiete, silenzio, riposo e relax come motivo dominante del suo soggiorno italiano. All’occorrenza si sarebbe potuto concedere anche qualche escursione naturalista o una puntata nelle città d’arte, ma era soprattutto il riposo ciò che anelava.

Inutile dire che la sua breve esperienza italiana era stata, poi, l’esatto contrario di quello che aveva prefigurato.

Il casolare, ristrutturato da poco, era apparentemente confortevole e la zona collinare sembrava silenziosa come da descrizione pubblicitaria. Solo che le notti erano state un incubo ad occhi aperti, fin dal primo istante in cui aveva spento le luci per provare a dormire.

Si sa che il silenzio amplifica ogni minimo rumore, ma quelli che Michael Leverage aveva sentito nelle sei notti precedenti erano letteralmente inquietanti. Il più sinistro e persistente era quello che gli dava costantemente la sensazione che vi fosse qualcosa che stesse strisciando nelle mura. Che vi fosse davvero un qualche rettile finito nelle tubature o nelle intercapedini poteva essere una spiegazione logica, certo! Solo che nel terzo giorno della sua ansiogena vacanza, dopo il suo quinto reclamo di seguito, si era presentato un tecnico, mandato dalla proprietà, che aveva ispezionato le tubature e le pareti, garantendo che era tutto perfettamente in ordine e non c’era nessun ospite animale indesiderato all’interno del casolare. E, in ogni caso, il suono più frequente era simile a quello di qualcosa che striscia, sì! Ma si trattava di un rumore che inquietava proprio per la sua particolare intensità: era come se nelle pareti ci fossero delle enormi lumache in grado di strisciare a una velocità innaturale.

La sera del suo arrivo, in verità, aveva anche trovato qualcosa di viscido sul bordo del water. Qualcosa che gli aveva fatto subito pensare esattamente alla scia delle lumache, ma di lumache fin troppo voluminose, visto che era larga, più o meno, otto dita questa traccia. Razionalmente era chiaro che questo episodio e lo stress di un periodo lavorativo e personale particolarmente complicato, uniti alla carenza di sonno, dovevano avergli giocato qualche brutto tiro, trasformando gli ignoti rumori di un ambiente per lui nuovo in qualcosa di potenzialmente spaventoso e terribile. Probabilmente avevano anche inciso i racconti che Karen gli aveva fatto, poco prima di partire, sul contenuto delle sue ultime ricerche su origini e fondamento dei miti di Lovecraft.

Fatto sta che, oltre a non chiudere occhio per tutta la durata del soggiorno, Michael aveva anche deciso di tenere costantemente abbassato il copriwater e di piazzarci sopra tutti i bagagli per essere sicuro che nulla potesse strisciare fuori da lì. Eccesso di cautela? Paranoia pura? Probabile. Ma era rimasto così impressionato dalla singolare situazione che si era venuta a creare in camera, che aveva deciso di ritornare alle vecchie abitudini imparate da ragazzo al campeggio scout e, quindi, tutti i suoi bisogni li aveva fatti, di volta in volta, in natura, durante le numerose passeggiate a cui si era dedicato pur di non rimanere troppo tempo in quel luogo di riposo che era diventato, invece, un amplificatore di angosce.

La mezzora di anticipo con cui era giunto in stazione era dovuta per lo più al desiderio innegabile di ritornarsene a casa e alla sua routine, abbandonando per sempre quel luogo di profondo disagio personale. Il ritardo del treno gli suggerì di approfittare dei servizi igienici delle ferrovie italiane, non essendoci stato modo di fare escursioni prima di lasciare il casolare, salvo voler uscire, per andare lungo i sentieri della collina, nel cuore della notte.

Michael odiava i bagni pubblici ma si era voluto augurare che a quell’ora di un caldo mattino agostano avrebbe trovato tutto pulito, non essendoci praticamente nessuno in stazione, tranne il personale di servizio. Purtroppo l’odore di detergenti che c’era nella sala d’aspetto, evidentemente lavata da poco, lo aveva tratto in inganno. Il bagno aveva un odore terribile. Sembrava che non lo avessero pulito per delle intere settimane. La tentazione di uscire fu forte, ma il bisogno di orinare era insopprimibile e decise, così, di liberarsi almeno la vescica, prima di tornare ad aspettare il treno.

Quando aprì la porta del bagno ebbe la sensazione che nel water ci fossero degli escrementi enormi in bella vista e, certo che fosse quello il motivo di quell’odore nauseabondo, azionò istantaneamente lo scarico, premendo bocca e naso sulla sua spalla destra, cercando di trovare un po’ di conforto nelle tracce residue del suo deodorante. Una rapida occhiata nella tazza e, nello stesso momento in cui si accorse che quella roba scura era ancora lì e si voltò per uscire dal bagno per vedere se ce ne fosse, magari, un altro più pulito, qualcosa di viscido gli afferrò il polso col quale stava cercando di aprire la porta, strattonandolo con una forza tale da spezzargli subito l’osso del gomito. Un altro tentacolo aveva richiuso immediatamente la porta, mentre una terza appendice era emersa dal water e gli aveva ricoperto istantaneamente l’intero volto, impedendogli così di emettere anche solo una vocale. Il tutto era stato di una rapidità impressionante. E, nel giro di qualche secondo, Michael — o quello che ne restava di lui — si era ritrovato avvolto in una sorta di placenta gelatinosa che in pochi minuti venne riassorbita completamente dalla sua stessa pelle. Alla fine di questo processo, il gomito non era più fratturato e la puzza era svanita o comunque non gli dava più alcun fastidio. Svuotò rapidamente la vescica e ritornò sui suoi passi, uscendo dalla stazione, per incamminarsi lungo le stradine scoscese che permettevano di ritornare in collina, accorciando di molto la strada. Dopo circa tre chilometri di cammino a passo accelerato, giunse nei pressi del ruscello delle rane. Non era molto lontano dal casolare ed era stata nei giorni scorsi una tappa frequente dei suoi momenti di liberazione dal bisogno.

Anche stavolta Michael aveva un bisogno impellente da soddisfare. Si spogliò velocemente, ripose con cura tutti gli indumenti sul ramo di un albero che costeggiava il ruscello e, completamente nudo, si immerse nel ruscello, portandosi nel punto in cui l’acqua era più profonda e rimanendo sott’acqua per un tempo decisamente superiore alla sua capacità di stare in apnea. In quel punto del corso d’acqua c’era una rana bella grossa che si crogiolava al sole, su una roccia emergente. In meno di un secondo la testa di Michael emerse silenziosamente dall’acqua e la rana venne catturata e inghiottita da una sorta di tentacolo che era istantaneamente uscito e rientrato dalla sua bocca. Dopodiché Michael si stese ad asciugare al sole, sulla riva, si rivestì e contattò la compagnia aerea per modificare la destinazione del suo volo.

 

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Quale futuro?

Sono passati quindici anni da quella terribile estate del 2001.

Genova era già stata una botta tremenda. La morte di Carlo. La macelleria messicana della Diaz. La caserma lager di Bolzaneto.

Non si era ancora minimamente sanata la ferita di quel luglio di sangue, che ti ritrovi con gli USA sotto attacco su larga scala e con una strategia di fortissimo impatto mediatico.

Le torri gemelle che vengono colpite a breve distanza da due aerei di linea dirottati e trasformati in una sorta di missile aria-aria pieno di kamikaze, per lo più forzati ad esserlo.

Come si può mai dimenticare un’immagine del genere?

Eppure il giorno dopo quel fatidico 11 settembre, molti di noi erano già pronti a ritornare in piazza per provare a fermare i guerrafondai delle nostre latitudini, quelli che avevano immediatamente abbracciato la nuova crociata dello scontro di civiltà.

Il rischio di ritrovarsi ben presto con un’islamofobia dilagante pronta ad essere l’equivalente storico dell’antisemitismo del secolo precedente in questo ventunesimo secolo che apriva il nuovo millennio.

La paura come dominante mediatica che tutto giustifica e che toglie progressivamente ogni libertà, trasformando le società del capitalismo avanzato in nuovi regimi totalitari, come nella peggiore delle distopie letterarie.

La ferma convinzione che non di nuove guerre ci fosse bisogno ma solo di azioni coordinate di polizia ed intelligence, nel fermo rispetto di quelle garanzie processuali che sono l’essenza stessa di una civiltà giuridica liberale e democratica.

Ma, soprattutto, la necessità di dare vita a significativi cambiamenti economici e sociali per cancellare le ragioni dell’odio e per poter dare a tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta un’esistenza libera e dignitosa.

Era questo il movimento pacifista che qualcuno definì come la nuova grande potenza globale.

Era questo il movimento che non è stato minimamente ascoltato, facendo in realtà l’opposto e portandoci, così, a distanza di quindici anni, in una situazione in cui le distopie non sembrano più così letterarie e il rischio di un conflitto asimettrico permanente con diffusi scenari di guerra vera e propria è molto più che tristemente reale.

E i media in tutti questi anni che ruolo hanno assunto?

Quanto odio hanno veicolato nelle società più opulente verso chi viene da altri Paesi devastati da guerre e crisi umanitarie?

Guerre e crisi che non lasciavano certo una gran scelta se l’alternativa era, molto tristemente questa: partire o morire.

Molto peggio delle alternative che restano a noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere nel posto migliore, certo!

E però guardiamole bene in faccia le nostre alternative e prospettive per il presente e per il futuro: sperare o affidarsi a qualche divinità perché i mercati non abbiano chissà quali timori e non generino nuove crisi economiche di portata epocale; augurarsi che chi ha accumulato ricchezze nelle generazioni si convinca che sia più redditizio per lui investirle in progetti imprenditoriali che creano posti di lavoro, piuttosto che farli fruttare con artifici finanziari o semplicemente lasciarle in uno dei tanti paradisi fiscali; confidare nel fatto che il progresso tecnologico non renda più conveniente trasferire l’intero processo produttivo residuale nelle mani della robotica, perché a quel punto le macchine lavoreranno per permettere a chi detiene il capitale accumulato di continuare ad accrescere la propria ricchezza, e gli esseri umani, quelli che sul mercato hanno da vendere nient’altro che la propria capacità di lavoro, dovranno inventarsi qualcosa per non perire in massa, sempre che il cambiamento climatico non cancelli completamente la vita sul pianeta, di qui a qualche decennio.

Tutta colpa degli islamici e della guerra di civiltà, no?

Riusciremo mai a prendere coscienza di quali sono i problemi enormi che questa società deve provare ad affrontare per non andare caoticamente verso l’autodistruzione?

Riusciremo mai a riprendere in mano le sorti del genere umano, democraticamente e andando in direzione opposta al ripiegamento identitario e nazionalista?

In questa fase storica, purtroppo, diventa sempre più difficile immaginare risposte positive a queste domande di speranza in un progresso universale, diffuso e a misura d’uomo.

Castelli di sabbia

In riva al mare, sul bagnasciuga, a una distanza tale da non essere nemmeno lambita dalle onde, la costruzione del castello, quando è fatta bene, richiede delle ore, anche se ci si lavora in due.

Talvolta si finisce al tramonto e sai benissimo che, con l’avanzare della sera e della marea, non resterà più niente di tutto il lavoro fatto.

Già l’indomani mattina, le onde e il vento avranno disfatto la vostra opera.

Lo sai perché è già successo altre volte, ma continui lo stesso a costruire per il divertimento e la soddisfazione del momento.

Non resterà niente del vostro castello di sabbia, al massimo una foto.

Però continui a farlo e a rifarne.

Ancora ed ancora.

Anche quando la persona che ha costruito con te decide di calpestare le torri e le mura e di distruggere tutto, prima che lo facciano il vento e il mare.

Anche se ci resti male lo stesso, pur sapendo che si è soltanto accelerato un processo inevitabile.

E, nonostante tutto questo, tu continui a costruire.

Ancora ed ancora.

Ciao, Nuvola!

«Ciao Nuvola, com’è il tempo, oggi?»

Si salutavano così. Quasi ogni giorno. Nell’ultima estate trascorsa assieme.

Assieme, poi, in questo caso era un concetto davvero molto relativo: si conoscevano da anni e parlavano sempre più spesso da qualche mese, tra chat e telefonate varie, ma non si erano mai incontrati.

Non era la distanza il problema. Per una singolare coincidenza, si erano conosciuti via web, ma vivevano a pochi minuti d’auto l’uno dall’altra.

Lui era Sartre e lei Anny, quella che ne La nausea era sempre alla ricerca dei momenti perfetti.

Altra notevole coincidenza.

Avevano iniziato a parlare proprio di quel libro, naturalmente. E parlavano di tutto quello che li appassionava: di politica, di arte, di cinema.

Lui aveva spinto fin da subito per incontrarla.

Lei era sempre stata sfuggente e umorale: soffice come una nuvola ma al tempo stessa pronta a riversarti addosso il suo carico di pioggia ed elettricità, quando il tempo si scuriva.

Lui sapeva benissimo che c’era già qualcuno nella sua vita, ma sapeva anche che le storie finiscono ed era deciso ad aspettare.

Si erano allontanati più di una volta, in realtà. Ma poi c’era sempre uno dei due che si rifaceva vivo, con una scusa o un pretesto qualsiasi.

Quell’estate era la terza, da quando si erano conosciuti.

E sembravano davvero vicini come non mai.

C’era il quindicinale del G8 di Genova e ne avevano discusso molto.

Lui non c’era andato alla fine, perché aveva fiutato il pericolo e si era fatto vincere dalla paura.

Lei c’era stata e sosteneva che se avesse potuto riportare indietro il tempo, non solo ci sarebbe ritornata, ma stavolta si sarebbe portata dietro delle armi.

«Ma come hai avuto paura?»

«Non solo per me… Era un periodo particolare quello. Avevo diversi problemi personali. Questioni delicate, diciamo così».

«Problemi fisici? Non eri in grado di muoverti?»

«No, no… Poi, magari, ti spiego meglio. Ora non voglio. È doloroso».

«Fatti tuoi. Non insisto. Ma non dovevi farti spaventare. Era esattamente quello che volevano».

«Lo so. Dopo Genova io ci sono tornato in piazza. Soprattutto per le manifestazione pacifiste post 11 settembre».

«Io invece ho smesso proprio a Genova. Però ci ritornerei di nuovo, tornando indietro. Ma non completamente disarmata».

Dopo questa conversazione non si parlarono più.

Nessun messaggio. Nessuna telefonata. Niente di niente.

Si erano dati un mezzo appuntamento per la prima settimana in cui entrambi sarebbero stati liberi da impegni di lavoro, ma dopo questo inaspettato e prolungato silenzio era chiaro che non se ne sarebbe fatto più nulla.

Lei era rimasta disgustata dalla sua codardia, lui ormai ne era certo. E probabilmente a nulla sarebbe valso aggiungere che sua madre era gravemente malata in quel periodo e che sarebbe morta pochi mesi dopo. Cambiava forse qualcosa? Sempre di paura si trattava, in fondo.

Quando in quell’afoso pomeriggio di fine luglio, a pochi metri dal bar nei pressi di casa sua, gli sembrò di intravedere quella lunga massa di capelli neri che tanto lo avevano affascinato in foto, dietro uno dei tavolini all’aperto, rimase quasi paralizzato, sulle prime. Poi, prontamente, decise di resistere alla tentazione di accelerare il passo e la raggiunse invece con molta calma, convinto di riuscire a mantenere un certo distacco per questo incontro fortuito e casuale.

Notò la sedia a rotelle nello stesso istante in cui si rese conto che lei non si era ancora accorta di lui, tutta presa com’era da quello che stava leggendo.

In pochi secondi, come in un filmato in avanzamento veloce, gli passarono per la testa le immagini dei pestaggi di Genova, i referti medici dei feriti più gravi, i resoconti dei sopravvissuti che sembravano reduci di guerra… E lei che lavora sempre da casa. E lei che non esce quasi mai… E lei che gli chiede se era impossibilitato a muoversi…

«Visto? Sono riuscita a trovarlo da sola questo bar a due passi da dove abiti. Quello di cui mi parlavi sempre…», esordì lei sorridendo e, al contempo, spezzando il flusso dei suoi pensieri.

«Siediti, su! Non restare lì impalato», aggiunse.

Sempre in silenzio, lui si accomodò alla sua sinistra e senza più distogliere lo sguardo dai suoi occhi di un colore tra il grigio e l’azzurro, simile a quello di un cielo autunnale di primo mattino, le sorrise di rimando.

«Ciao Nuvola, com’è il tempo, oggi?»

«Non vedi che sta già piovendo?», rispose lei, asciugandosi rapidamente una lacrima.

«Ma è una pioggia di quelle che rinfrescano l’aria, non preoccuparti», concluse accarezzandogli dolcemente la mano.

La verità?

La verità è che noi viviamo di illusioni.

Le coppie si illudono che andrà sempre tutto bene e che la felicità non si consuma e il rapporto non si logora.

Le persone sole si illudono che la felicità degli incontri fugaci possa un giorno concentrarsi e stabilizzarsi o immaginano nuovi incontri e nuove emozioni sempre più forti.

Ma poi quanto è reale di tutto quello che ognuno di noi immagina o pensa di sapere?