Ciao, Nuvola!

«Ciao Nuvola, com’è il tempo, oggi?»

Si salutavano così. Quasi ogni giorno. Nell’ultima estate trascorsa assieme.

Assieme, poi, in questo caso era un concetto davvero molto relativo: si conoscevano da anni e parlavano sempre più spesso da qualche mese, tra chat e telefonate varie, ma non si erano mai incontrati.

Non era la distanza il problema. Per una singolare coincidenza, si erano conosciuti via web, ma vivevano a pochi minuti d’auto l’uno dall’altra.

Lui era Sartre e lei Anny, quella che ne La nausea era sempre alla ricerca dei momenti perfetti.

Altra notevole coincidenza.

Avevano iniziato a parlare proprio di quel libro, naturalmente. E parlavano di tutto quello che li appassionava: di politica, di arte, di cinema.

Lui aveva spinto fin da subito per incontrarla.

Lei era sempre stata sfuggente e umorale: soffice come una nuvola ma al tempo stessa pronta a riversarti addosso il suo carico di pioggia ed elettricità, quando il tempo si scuriva.

Lui sapeva benissimo che c’era già qualcuno nella sua vita, ma sapeva anche che le storie finiscono ed era deciso ad aspettare.

Si erano allontanati più di una volta, in realtà. Ma poi c’era sempre uno dei due che si rifaceva vivo, con una scusa o un pretesto qualsiasi.

Quell’estate era la terza, da quando si erano conosciuti.

E sembravano davvero vicini come non mai.

C’era il quindicinale del G8 di Genova e ne avevano discusso molto.

Lui non c’era andato alla fine, perché aveva fiutato il pericolo e si era fatto vincere dalla paura.

Lei c’era stata e sosteneva che se avesse potuto riportare indietro il tempo, non solo ci sarebbe ritornata, ma stavolta si sarebbe portata dietro delle armi.

«Ma come hai avuto paura?»

«Non solo per me… Era un periodo particolare quello. Avevo diversi problemi personali. Questioni delicate, diciamo così».

«Problemi fisici? Non eri in grado di muoverti?»

«No, no… Poi, magari, ti spiego meglio. Ora non voglio. È doloroso».

«Fatti tuoi. Non insisto. Ma non dovevi farti spaventare. Era esattamente quello che volevano».

«Lo so. Dopo Genova io ci sono tornato in piazza. Soprattutto per le manifestazione pacifiste post 11 settembre».

«Io invece ho smesso proprio a Genova. Però ci ritornerei di nuovo, tornando indietro. Ma non completamente disarmata».

Dopo questa conversazione non si parlarono più.

Nessun messaggio. Nessuna telefonata. Niente di niente.

Si erano dati un mezzo appuntamento per la prima settimana in cui entrambi sarebbero stati liberi da impegni di lavoro, ma dopo questo inaspettato e prolungato silenzio era chiaro che non se ne sarebbe fatto più nulla.

Lei era rimasta disgustata dalla sua codardia, lui ormai ne era certo. E probabilmente a nulla sarebbe valso aggiungere che sua madre era gravemente malata in quel periodo e che sarebbe morta pochi mesi dopo. Cambiava forse qualcosa? Sempre di paura si trattava, in fondo.

Quando in quell’afoso pomeriggio di fine luglio, a pochi metri dal bar nei pressi di casa sua, gli sembrò di intravedere quella lunga massa di capelli neri che tanto lo avevano affascinato in foto, dietro uno dei tavolini all’aperto, rimase quasi paralizzato, sulle prime. Poi, prontamente, decise di resistere alla tentazione di accelerare il passo e la raggiunse invece con molta calma, convinto di riuscire a mantenere un certo distacco per questo incontro fortuito e casuale.

Notò la sedia a rotelle nello stesso istante in cui si rese conto che lei non si era ancora accorta di lui, tutta presa com’era da quello che stava leggendo.

In pochi secondi, come in un filmato in avanzamento veloce, gli passarono per la testa le immagini dei pestaggi di Genova, i referti medici dei feriti più gravi, i resoconti dei sopravvissuti che sembravano reduci di guerra… E lei che lavora sempre da casa. E lei che non esce quasi mai… E lei che gli chiede se era impossibilitato a muoversi…

«Visto? Sono riuscita a trovarlo da sola questo bar a due passi da dove abiti. Quello di cui mi parlavi sempre…», esordì lei sorridendo e, al contempo, spezzando il flusso dei suoi pensieri.

«Siediti, su! Non restare lì impalato», aggiunse.

Sempre in silenzio, lui si accomodò alla sua sinistra e senza più distogliere lo sguardo dai suoi occhi di un colore tra il grigio e l’azzurro, simile a quello di un cielo autunnale di primo mattino, le sorrise di rimando.

«Ciao Nuvola, com’è il tempo, oggi?»

«Non vedi che sta già piovendo?», rispose lei, asciugandosi rapidamente una lacrima.

«Ma è una pioggia di quelle che rinfrescano l’aria, non preoccuparti», concluse accarezzandogli dolcemente la mano.