L’orrore antico – #3

«Vidi salire dal mare una bestia
che aveva dieci corna e sette teste,
sulle corna dieci diademi
e su ciascuna testa
un titolo blasfemo».
(Apocalisse 13, 1)

 

Erano in mare da quasi due giorni ormai. L’imbarcazione era andata alla deriva dopo nemmeno tre ore dall’abbandono delle coste libiche. C’era un solo motore, già malandato, e il sovraccarico di passeggeri sulla barca lo aveva rapidamente messo fuori uso. Acqua e viveri, per quanto razionati, erano in fase di esaurimento e non si vedeva all’orizzonte né un lembo di terra, né una qualunque nave di salvataggio. La cosa più singolare era proprio questa. Quando finalmente ti imbarchi hai mille incognite e altrettante incertezze, ma su un punto tutti i racconti e le voci erano convergenti: la barca non sarebbe mai approdata sull’altra sponda, perché sarebbe stata intercettata in mare. Saranno, poi, i soccorritori a scortare i sopravvissuti della traversata a Malta o a Lampedusa. Questo se tutto fosse filato liscio, ovviamente.

Ahmed aveva sentito mille storie diverse durante i mesi di attesa in Libia. Le difficoltà del viaggio erano note a tutti, ma per tutti quel breve tratto di mare rappresentava una scommessa che poteva finalmente cambiare in meglio, e non di poco, ciascuna delle proprie vite. Anche tra i 500 che si erano ammassati su quel natante così fatiscente da essere lì lì per affondare a ogni minima oscillazione, c’erano soprattutto profughi delle varie guerre che infiammavano il continente africano e ampi tratti della zona medio-orientale. Ognuno di loro aveva rischiato di perdere la vita già decine e decine di volte nel corso degli ultimi anni. Ognuno di loro aveva scelto di correre una serie di rischi mortali col miraggio di una vita più sicura in un posto più pacifico. Ognuno di loro aveva anche sentito i racconti di quelli che erano stati rimandati indietro dalla vecchia Europa. Ma nessuno di loro avrebbe mai rinunciato spontaneamente ad andare fino in fondo.

L’organizzazione criminale che aveva messo in mare questa massa eterogenea di uomini, donne e bambini, provenienti da almeno dieci regioni geografiche differenti, dopo aver raccolto i soldi che ciascuno di loro aveva dovuto pagare per potersi imbarcare, si era limitata a trainare il natante per poche miglia ad una velocità abbastanza sostenuta. Per una decina di minuti dalla partenza, da un molo situato nei pressi di Zuara, due lance, dotate di motori decisamente più efficienti e potenti di quello della vecchia chiatta, avevano garantito un rapido allontanamento dalla costa, per poi abbandonarli e affidarli al lavoro di quel solo motore aggiunto ad hoc, per garantire un minimo di tenuta della rotta verso Nord/Nord-Est, in direzione di Lampedusa, in attesa di essere intercettati dalle navi europee di pattuglia nel Mediterraneo.

Dopo circa un giorno e mezzo di deriva e con i morsi della sete e dalla fame ad eccitare gli animi e ottenebrare la ragione, Ahmed stava provando a convincere quelli che volevano accendere un fuoco nella zona di prua, per richiamare l’attenzione di qualche nave nel raggio del possibile falò, di quanto fosse rischioso e potenzialmente suicida un progetto del genere.

«Siamo in troppi su questa catapecchia galleggiante. Già sarà un’impresa spostarci per dare spazio al fuoco senza che nessuno si faccia male. Ma se non riusciamo a controllare le fiamme e a spegnerle per tempo, ci sarà il panico e rischieremo di affondare».

«Ahmed tu sei sempre stato troppo prudente», replicò Geriel, che era partito con lui dall’Etiopia e col quale aveva diviso molto negli ultimi tempi, ma senza che corresse mai realmente del buon sangue tra loro. «Dobbiamo agire subito, prima che il tramonto renda meno visibile la colonna di fumo in lontananza. Un’altra notte alla deriva non la reggeremo».

«Qualcuno ci incrocerà e ci salverà, anche senza fare azioni suicide. È vero che i telefoni che abbiamo a bordo sono quasi tutti scarichi e che nessuno di questi riesce a trovare canali a cui agganciarsi da troppo tempo, ma questa cosa del falò di prua è da pazzi, Geriel! Diglielo anche tu, Kebede… Ci ammazzeremo, così».

«Geriel, forse, Ahmed ha ragione…», ma Kebede non poté nemmeno finire la frase, perché il massiccio e risoluto etiope, con un’agilità che ben pochi avrebbero sospettato, data la sua stazza, sollevò Ahmed come fosse un fuscello e lo scaraventò in mare, dal lato di poppa. La chiatta oscillò per un paio di minuti ma nessun altro si mosse e, per fortuna, il natante sovraffollato ritrovò la condizione di equilibrio invece di capovolgersi.

«Il prossimo che fiata, fa la stessa fine», sentenziò. «Ora, però, lasciate che io e Kebede si possa accendere questo fuoco di segnalazione, prima che sia troppo tardi», aggiunse, facendosi largo tra la folla. «E tu, se hai così tanta paura, puoi anche restare in acqua mentre noi risolviamo questa cosa», disse rivolgendosi ad Ahmed, dopo avergli lanciato una tavoletta di legno per permettergli di tenersi più agevolmente a galla.

Il barcone procedeva molto lentamente. Per Ahmed, forse, osservare tutto, rimanendo in acqua, sarebbe stato meglio, a questo punto. Per come si erano messe le cose, c’era solo da pregare e sperare che, contro ogni logica previsione, nulla andasse storto nel pericoloso piano elaborato da Geriel. Questi aveva intenzione di incendiare due vecchi copertoni che qualcuno aveva portato a bordo come salvagenti di fortuna. L’innesco era una torcia imbevuta di benzina. Ce n’era in abbondanza, ora che il motore era inservibile. Kebede era fermo alla sua destra, reggendo uno dei secchi usati per i bisogni, ricolmo d’acqua di mare. Chiaramente, avrebbe dovuto utilizzarlo per spegnere il falò prima che le fiamme potessero propagarsi. Quel tipo di fuoco, per quanto tossico, avrebbe dovuto produrre una colonna di fumo visibile anche in lontananza e facilitare, così, un possibile intervento di salvataggio. I tempi erano stretti, però. Il sole stava quasi per tramontare ed erano tutti convinti che, col sopraggiungere della notte, anche questo tentativo rischiava di diventare inutile, non potendo tenere le fiamme accese molto a lungo. Geriel riuscì a posizionare i due pneumatici in maniera tale da avere un innesco rapido, senza che le fiamme toccassero subito il resto della struttura del natante. La colonna di fumo si innalzò velocemente e, nella bonaccia, rimase ben visibile. Anche per qualche minuto dopo che Kebede aveva prontamente spento tutto. Nulla di quello che Ahmed temeva era accaduto, insomma. Un miracolo, pensò lui, che si era tenuto a debita distanza, nel frattempo. Le inutili preoccupazioni di un vigliacco avrebbero pensato diversi altri.

«Allora? Ahmed, che dici?», urlò da prua Geriel. «Siamo ancora vivi e forse qualcuno avrà visto il nostro segnale, ora. Dovrei lasciarti marcire in acqua, ma non voglio averti sulla coscienza», aggiunse, ridendo. Erano quasi tutti di buon umore, adesso. Non si sa quanto per lo scampato pericolo e quanto per la rinnovata speranza, ma l’azzardo di Geriel, alla fine, era stato decisamente positivo. Questo bisognava riconoscerglielo. Ahmed pensò che il modo migliore, per farlo, fosse tacere e risalire a bordo e, così, iniziò a nuotare in direzione della chiatta che continuava a spostarsi, in maniera quasi impercettibile, nel mare piatto di quella tarda serata di fine estate.

D’un tratto, però, le acque cominciarono ad agitarsi. Senza alcuna ragione apparente. La chiatta ondeggiava con oscillazioni ben più ampie di quelle successive al tuffo non voluto di Ahmed e ciò che lui temeva potesse succedere a causa del fuoco, accade in pochi secondi per mezzo delle acque. Il panico si diffuse in maniera incontrollabile quando una forte oscillazione fece cadere in acqua una quindicina di persone posizionate a dritta. Scattarono in piedi quasi tutti. All’istante. E questo improvviso movimento di massa accelerò ulteriormente le oscillazioni del natante. In meno di un minuto metà dei passeggeri della chiatta erano finiti in mare. Ahmed, nel frattempo si era rapidamente allontanato, appoggiandosi alla tavoletta e nuotando con foga in direzione opposta. Non era per nulla certo di quello che aveva intravisto, a una cinquantina di metri dalla prua, mentre ancora si stava avvicinando al barcone, ma non si girò indietro a guardare e a controllare per buoni cinque minuti. Quando, stremato, si fermò in una zona in cui le acque sembravano più calme, riusciva a malapena a vedere i resti del relitto. Ciò che vedeva più nitidamente era il carburante residuo che aveva preso fuoco. Quello che gli sembrava di sentire era un misto di urla di dolore e di versi ancestrali. Un coro cacofonico che gli fece letteralmente perdere il controllo degli sfinteri. Dietro alla colonna fiammeggiante si intravedevano sette tentacoli, con al vertice di ognuno una sorta di corona di aculei.

Ahmed non riusciva a capacitarsi. Un calamaro gigante? Il Leviatano? Un’allucinazione? Stava forse perdendo il lume della ragione in una situazione così disperata? Raccolse le forze e riprese a nuotare. Lo spirito di sopravvivenza fu più forte di tutto. Continuò a nuotare, restando nelle acque calme, cercando di razionalizzare e di considerare il mare piatto come un rassicurante indizio, visto quello che era successo poco prima che la piovra o quello che era facesse la sua improvvisa comparsa. La tavoletta non era grande a sufficienza per essere usata come una zattera ma reggeva comunque bene il suo peso e lui vi si appoggiò e si abbandonò, per qualche attimo, cedendo infine al sonno da spossatezza. Al risveglio, si ritrovò asciutto e in un’asettica sala ospedaliera. Sulla terra ferma, verosimilmente.

«Dove sono? Ho fatto un sogno assurdo… Dove sono tutti gli altri? Avete visto il fumo, vero? Siete riusciti a soccorrere tutti?», disse Ahmed, nel suo italiano migliore, avendo notato il tricolore verde, bianco e rosso alla parete, dietro la donna in camice bianco che lo stava esaminando.

«Quindi conosce già l’italiano? Bene. Molto bene. Ahmed Saalim, giusto? Lei è a Lampedusa. Unico sopravvissuto del naufragio. Ennesima tragedia del mediterraneo, lungo le rotte delle migrazioni di massa. Mi spiace molto», rispose la dottoressa. «È stato molto fortunato. L’incendio del carburante e del relitto ha attirato i soccorsi in tempi molto brevi. Praticamente lei non ha alcuno scompenso fisico. Lo stato di choc non le ha procurato deficit di tipo cognitivo… Anzi le rinnovo i complimenti per il suo italiano».

«L’ho imparato da mia nonna. Avrebbe compiuto cent’anni proprio quest’anno, se non fosse stata travolta dagli ultimi tumulti giù in Etiopia. Una bomba al mercato. Andava ancora al mercato. Era straordinariamente vitale…», Ahmed lasciò la frase in sospeso. Guardandosi meglio attorno si era reso conto che la porta di ingresso era blindata e che c’erano delle sbarre alla finestra.

«Visto che sta bene, io posso anche lasciarla, a questo punto. C’è una persona che è molto ansiosa di interrogarla, in verità», disse la dottoressa, incamminandosi verso l’uscita.

«Interrogarmi? Ma sono in arresto? Cosa sta succedendo, qui? Mi faccia capire…», replicò Ahmed, visibilmente preoccupato.

«Non si agiti, mr. Saalim. C’è una persona che ha delle domande da rivolgerle. È un avvocato. Lavora per la multinazionale che finanzia le missioni di ricerca oceanografica della nave che l’ha riportata qui a terra, scortata da una pattuglia della missione Triton», tentò di rassicurarlo la dottoressa, ormai sulla soglia. «Si chiama Michael Leverage. È una persona molto affascinante e cortese. Mi diceva anche lui in un buon italiano, nonostante il marcato accento britannico che ha appena finito una breve vacanza nella penisola e che, quindi, non ci sarà nemmeno bisogno dell’interprete, per capirvi. Si rilassi. Non lo faremo entrare comunque prima di un’oretta, per questioni di protocollo. Provi a riposare un altro poco, se ci riesce», aggiunse, infine, con un sorriso che non gli sembrò per niente rassicurante, prima di chiudere la porta dietro di sé.

Ahmed, ovviamente, ricordava benissimo tutto quello che era successo in mare prima di cadere addormentato. L’ipotesi del sogno era più un appiglio razionale che una profonda certezza, insomma. E poi cos’era questa sorta di infermeria che sembrava una cella? E, soprattutto, cosa mai poteva volere da lui un avvocato britannico di una qualche multinazionale? Anche volendo seguire il consiglio della dottoressa, era così teso che non sarebbe riuscito a chiudere occhio nemmeno per pochi minuti. Rimase seduto a fissare la porta blindata per circa un’ora. In silenzio. Circondato dal silenzio. Troppo silenzio. La porta si aprì, difatti, senza che Ahmed riuscisse nemmeno a percepire il rumore dei passi all’esterno, prima dello scatto della serratura.

«Lei dev’essere l’avvocato Leverage, suppongo», esordì senza troppi convenevoli. «Mi fa capire cosa vuole da me? Io sono solo un profugo che è scampato miracolosamente a un naufragio… Davvero, non capisco».

Michael richiuse la porta e si diresse subito alla finestra vicino al letto. Tirò le tende, molto scure, e la stanza rimase così illuminata solo dal lume che era posizionato sulla scrivania che si trovava alla sinistra di Ahmed. Nella penombra si intravedeva uno strano sorriso sul volto dell’avvocato. Si sedette di fronte al letto del naufrago e lo fissò in silenzio per alcuni interminabili secondi. Poi, finalmente aprì bocca. Non per pronunziare parole, però. In una frazione di secondo, il tentacolo che venne fuori dalla labbra spalancate di Michael strinse Ahmed alla gola, paralizzandolo e facendogli perdere conoscenza. Rimasero così. In silenzio. In quel viscido abbraccio sui generis. Per un tempo apparentemente lunghissimo.