Quale futuro?

Sono passati quindici anni da quella terribile estate del 2001.

Genova era già stata una botta tremenda. La morte di Carlo. La macelleria messicana della Diaz. La caserma lager di Bolzaneto.

Non si era ancora minimamente sanata la ferita di quel luglio di sangue, che ti ritrovi con gli USA sotto attacco su larga scala e con una strategia di fortissimo impatto mediatico.

Le torri gemelle che vengono colpite a breve distanza da due aerei di linea dirottati e trasformati in una sorta di missile aria-aria pieno di kamikaze, per lo più forzati ad esserlo.

Come si può mai dimenticare un’immagine del genere?

Eppure il giorno dopo quel fatidico 11 settembre, molti di noi erano già pronti a ritornare in piazza per provare a fermare i guerrafondai delle nostre latitudini, quelli che avevano immediatamente abbracciato la nuova crociata dello scontro di civiltà.

Il rischio di ritrovarsi ben presto con un’islamofobia dilagante pronta ad essere l’equivalente storico dell’antisemitismo del secolo precedente in questo ventunesimo secolo che apriva il nuovo millennio.

La paura come dominante mediatica che tutto giustifica e che toglie progressivamente ogni libertà, trasformando le società del capitalismo avanzato in nuovi regimi totalitari, come nella peggiore delle distopie letterarie.

La ferma convinzione che non di nuove guerre ci fosse bisogno ma solo di azioni coordinate di polizia ed intelligence, nel fermo rispetto di quelle garanzie processuali che sono l’essenza stessa di una civiltà giuridica liberale e democratica.

Ma, soprattutto, la necessità di dare vita a significativi cambiamenti economici e sociali per cancellare le ragioni dell’odio e per poter dare a tutti gli esseri umani che vivono su questo pianeta un’esistenza libera e dignitosa.

Era questo il movimento pacifista che qualcuno definì come la nuova grande potenza globale.

Era questo il movimento che non è stato minimamente ascoltato, facendo in realtà l’opposto e portandoci, così, a distanza di quindici anni, in una situazione in cui le distopie non sembrano più così letterarie e il rischio di un conflitto asimettrico permanente con diffusi scenari di guerra vera e propria è molto più che tristemente reale.

E i media in tutti questi anni che ruolo hanno assunto?

Quanto odio hanno veicolato nelle società più opulente verso chi viene da altri Paesi devastati da guerre e crisi umanitarie?

Guerre e crisi che non lasciavano certo una gran scelta se l’alternativa era, molto tristemente questa: partire o morire.

Molto peggio delle alternative che restano a noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere nel posto migliore, certo!

E però guardiamole bene in faccia le nostre alternative e prospettive per il presente e per il futuro: sperare o affidarsi a qualche divinità perché i mercati non abbiano chissà quali timori e non generino nuove crisi economiche di portata epocale; augurarsi che chi ha accumulato ricchezze nelle generazioni si convinca che sia più redditizio per lui investirle in progetti imprenditoriali che creano posti di lavoro, piuttosto che farli fruttare con artifici finanziari o semplicemente lasciarle in uno dei tanti paradisi fiscali; confidare nel fatto che il progresso tecnologico non renda più conveniente trasferire l’intero processo produttivo residuale nelle mani della robotica, perché a quel punto le macchine lavoreranno per permettere a chi detiene il capitale accumulato di continuare ad accrescere la propria ricchezza, e gli esseri umani, quelli che sul mercato hanno da vendere nient’altro che la propria capacità di lavoro, dovranno inventarsi qualcosa per non perire in massa, sempre che il cambiamento climatico non cancelli completamente la vita sul pianeta, di qui a qualche decennio.

Tutta colpa degli islamici e della guerra di civiltà, no?

Riusciremo mai a prendere coscienza di quali sono i problemi enormi che questa società deve provare ad affrontare per non andare caoticamente verso l’autodistruzione?

Riusciremo mai a riprendere in mano le sorti del genere umano, democraticamente e andando in direzione opposta al ripiegamento identitario e nazionalista?

In questa fase storica, purtroppo, diventa sempre più difficile immaginare risposte positive a queste domande di speranza in un progresso universale, diffuso e a misura d’uomo.