L’orrore antico – #2

«Ciò che la gente credeva di aver visto, erano delle forme organiche diverse da quelle finora conosciute. Naturalmente numerosi corpi umani furono trascinati dalle acque in quel tragico periodo; ma chi descrisse gli esseri misteriosi pareva convinto che non si trattasse di uomini, malgrado certe rassomiglianze superficiali di dimensioni e di contorni».
(H. P. Lovecraft, Colui che sussurrava nelle tenebre)

 

Erano anni che voleva provare a scrivere un romanzo horror. Non certo per il mercato o per una qualche ambizione di successo. Solo per il gusto di farlo e per la sfida personale. Per mettersi alla prova, insomma. La trama, lo spessore dei personaggi, la coerenza del racconto… Ci sarebbe riuscita? Ce l’avrebbe fatta a tenere assieme tutto, scrivendo anche qualcosa di bello e interessante?

Quando Karen ne aveva parlato, recentemente, con suo fratello Michael, lui, ovviamente, aveva subito fatto l’elenco dei vari contro. Tutto scontato e già ampiamente considerato: le perplessità sulla vendibilità del prodotto; la necessità di concentrarsi su un lavoro che le potesse dare maggiori garanzie sul piano remunerativo; l’età che avanza e le decisioni importanti da prendere. Tutte cose di cui i gemelli Leverage avevano già discusso infinite volte in termini generali, col fratello perfettamente inserito nelle dinamiche competitive del nostro tempo che assume un atteggiamento paternalistico nei confronti della sorellina che, a suo dire, non riesce ancora a fare i conti coi traumi del passato e ad uscire definitivamente dall’adolescenza, per accettare gli impegni, i sacrifici e le responsabilità dell’età adulta.

Stronzate! E psicanalisi d’accatto, soprattutto. Karen gli aveva anche dato qualche breve cenno sull’idea di fondo del suo progetto narrativo. La passione per Lovecraft e la convinzione di potergli rendere omaggio con un romanzo che riprendesse le sue tematiche di fondo. Aveva anche svolto qualche ricerca sul rapporto tra realtà e mito. Perché si sa che alla base di ogni storia, mito o leggenda, c’è sempre qualcosa di concreto e reale. L’orrore degli abissi marini, le profondità più recondite e inesplorate di questo nostro pianeta, l’esperienza umana che, in fondo, rappresenta solo un tratto minimale rispetto alla vita effettiva della biosfera e un nulla a confronto con quella dell’intero universo.

Il riferimento al mare aveva riaperto la ferita e Michael l’aveva subito accusata di non aver ancora elaborato il lutto per la perdita dei loro genitori a distanza di tanti anni. Di nuovo le solite paternali e le più scontate e banali analisi su quello che le starebbe dicendo il suo inconscio. Il mare che ti porta via gli affetti e che, per questo, ti fa paura. La fuga e il ripiegamento nel mito per non voler accettare di fare i conti con la realtà. A volte sembrava davvero che parlassero due lingue diverse e che non riuscissero mai a capirsi fino in fondo. E la cosa che Karen faceva sempre fatica a digerire era l’assoluta mancanza di rispetto che suo fratello sembrava mostrare per le sue scelte di vita e per la sua capacità di cavarsela, nonostante tutto.

Certo sarebbe stato molto più difficile, senza la sua parte di eredità. Ma, visto che gli eventi della sua vita avevano preso questa piega, per lei, far fronte alle difficoltà lavorative con un’oculata gestione del patrimonio familiare, era il giusto equilibrio tra ciò che desiderava e quello che poteva realmente fare in un mondo dominato dalle leggi di mercato, stante il suo fastidio insopprimibile verso il mercanteggiare e il sapersi vendere.

Gli disse, così, che ormai la decisione era stata presa e che, per qualche tempo, avrebbe mollato le varie collaborazioni giornalistiche occasionali, per dedicarsi solo alla scrittura creativa. Del resto, non sarebbe di certo morta di fame. Non nel breve periodo, se non altro. E, rammentandogli, come in tutta la sua vita lei non avesse mai contratto debiti con nessuno, lo mise subito a tacere, evitandosi la paternale sulla sua presunta irresponsabilità e congedandolo rapidamente, augurandogli buon viaggio e una vacanza rilassante, ‘se ancora ti ricordi come ci si possa rilassare’, pensò, senza però aprire questo nuovo fronte di discussione.

Evitò anche di parlargli del ritorno degli incubi ricorrenti e di quanto questo avesse inciso nella sua scelta. Non riusciva sempre a ricordare tutto esattamente, ma aveva preso l’abitudine di annotare ogni dettaglio del sogno che riusciva a rammentare al risveglio, non appena si fosse svegliata. Anche quando il risveglio avveniva nel cuore della notte. C’era quasi sempre questa atmosfera ovattata, come se si ritrovasse immersa nell’acqua, ma senza acqua attorno a sé. L’oscurità la faceva da padrona. Il senso di angoscia opprimente era lo stato d’animo che ricordava in maniera più nitida. Diverse volte le era capitato, soprattutto ultimamente, di fare esperienze di falso risveglio. Provava ad alzarsi e a fare i soliti gesti quotidiani, compreso l’annotare il sogno appena fatto, ma i movimenti apparivano forzati, stante il blocco muscolare della fase REM. C’erano anche degli indicatori del perdurare onirico, in realtà. E, tuttavia, Karen riusciva a valutarli come tali, solo a mente lucida e quando riaveva piena coscienza di sé. La matita che non verga segni grafici comprensibili sul foglio, l’incapacità di lavarsi il viso, la propria immagine distorta nello specchio e una figura strisciante sullo sfondo che improvvisamente rompe il diaframma riflettente e si rivela nella sua mostruosità, afferrandole la gola con una sorta di viscido tentacolo, subito prima di un affannoso e brusco risveglio.

L’ultimo di questi sogni angosciosi lo aveva fatto proprio oggi. Era trascorsa esattamente una settimana dall’acceso battibecco con Michael e, probabilmente, era stato il desiderio di rivederlo e di provare a rasserenare gli animi, a metterlo al centro della sua scena onirica. Per una volta, infatti, nell’oscurità ovattata, in quell’ambiente opprimente al tempo stesso asciutto e liquido, non c’era lei ma suo fratello gemello. Lei era l’osservatore immobile. E lui appariva spaventato e insicuro come non mai. Si guardava attorno e urlava qualcosa, ma dalla sua bocca non veniva fuori alcun suono. O il suono c’era ed era lei a non poterlo ascoltare… D’un tratto dalla bocca di Michael saltano fuori decine, centinaia di tentacoli filiformi che iniziano a proiettarsi in tutte le direzioni. Sembrano cercare qualcosa o qualcuno. Forse cercano lei, ma non riescono a trovarla o a raggiungerla. Di nuovo si ripresenta l’immagine del diaframma che la separa dall’orrore strisciante, ma questa volta Karen si trova di fronte a una superficie trasparente e non riflettente. A un certo punto alcuni tentacoli sono a un centimetro dal suo viso. Sembra quasi che questi fossero in grado di percepire la sua presenza, ma non riuscissero a spaccare il vetro di separazione, stavolta. Poi il cambio di prospettiva: lei e Michael sono faccia a faccia, ma lui piega istantaneamente la testa all’indietro e i tentacoli che fuoriescono dalla sua bocca, ora sono come il cappello di un fungo sopra di lui. Karen è di nuovo dietro al vetro. I tentacoli si avvitano su se stessi e avvolgono completamente Michael.

Karen sta urlando. Ma ormai è sveglia e lo sta facendo, da sola, nel suo letto. E già mattino inoltrato. E, dopo una settimana di silenzio, c’è finalmente un messaggino di Michael sul suo telefono:

«Rientro annullato. Cambio di programma. Poi ti spiego meglio».

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